The storm brought the heaviest December snowfall to the Jerusalem area since the 1950s, according to the authorities. (NYT)

Published on L’Espresso Repubblica, Italy on the 19th Dec 2013


Original Text (Italian) written by Giulia Bianchi:

12 dicembre 2013, Gerusalemme

E’ notte fonda.

Ho messo due paia di guanti da cucina sulle mani e un paio di calzini infilati sopra.

La macchina fotografica e’ montata sopra il treppiede, gia’ settata per la lunga esposizione e l’autoscatto, poi fasciata dentro un asciugamano e un sacchetto di plastica.

Scendo le scale di casa. La luce del portone si accende e si spegne a intermittenza per il neon rotto.

Le palme del giardino si stagliano innevate contro un cielo che e’ sceso cosi vicino alla terra da riflettere le luci della citta’, come un soffitto arancione pesante esso abbraccia nebbioso una distesa di neve e alberi caduti.

Inizio a camminare sola verso il Mt. Zion.

Ripetitivamente un piede dopo l’altro sprofonda nella neve fresca. Il suono degli allarmi di negozi e garage non si interrompe mai, e’ una musica assordante a cui si unisce solo la sirena di una solitaria volante della polizia e il continuo spezzarsi e cadere dei rami degli alberi per il peso imprevisto della neve.

Solo poche settimane fa c’erano 27 gradi e Gerusalemme intera appariva ancora bruciata dalla siccita’ estiva.

Coprivo la mia testa con un velo e bagnavo i miei polsi con l’acqua osservando centinaia di soldati israeliani venuti a pregare davanti al muro del pianto.

Camminando per la citta’ nella calura, vidi una cartolina che mostrava la dorata Cupola della Roccia timidamente spolverata di bianco.

Mi parve un sogno, e iniziai a desiderare la neve. “Giulia, arrivera’ a febbraio forse” ma io la aspettavo ogni giorno, finche’ e’ arrivata.

Tutti i negozi sono chiusi e tutte le vie sono diventate impraticabili, il mio appartamento senza riscaldamento e’ diventato gelido e blu, e gli sconosciuti hanno iniziato a costruire pupazzi nella coltre bianca e a giocare a palle di neve tra di loro. Persino a me che giravo con la mia macchina fotografica un po’ timidamente e un po’ in segreto, sono arrivati assalti felici di vecchi e bambini che con qualche parola in inglese, qualcuna in ebraico e altre in arabo, mi ricoprivano di urletti e neve.

Mi dirigo verso Jaffa Gate per incontrare gli ebrei piu’ osservanti che nemmeno in questa tempesta rinunciano alla preghiera nei loro luoghi sacri.

Indossano sacchetti di plastica trasparente sopra i loro vestiti e cappelli tradizionali, gli stessi modelli che hanno indossato i loro padri e i loro nonni prima di loro per generazioni.

Vorrei camminare fino al sorgere del sole senza mai smettere di guardare.

Vorrei vedere la nebbia andare via e le nuvole aprirsi sulla distesa di neve per far spazio al sole.

Immagino me stessa incontrare nel primo mattino altri pellegrini e fotografi che sono usciti coraggiosi per documentare questo evento: la nevicata piu’ forte degli ultimi 60 anni, Alexa e’ il nome che le hanno dato.

Potrei fotografare i lavoratori aspettare un bus che non arrivera’, altri pulire le strade, la gente portare fuori il cane, i bambini giocare.

Potrei camminare fino al cimitero ebraico sul monte degli ulivi e poi mangiare la neve che si e’ posata immacolata sulla Tomba di Zaccaria, da li’ arrivare fino a Gerusalemme Est e vedere se c’e’ ancora il soldato israeliano con due mitra a controllare i palestinesi che entrano nella moschea Ras Al’Amud.

Vorrei guardare il cielo e la citta’ dall’alto, per abbracciare tutti.

Forse oggi sara’ l’unico giorno di pace in questa terra.

Giulia