And no one showed us to the land
And no one knows the wheres or whys
But something stirs and something tries
And starts to climb towards the light
— Pink Floyd, Echoes
 

LAMPEDUSA - PESCATORI DI UOMINI:

 
3 ottobre 2016
La notte è nera pesta a Lampedusa e scovare il sentiero sterrato che conduce alla Porta d’Europa non è un mestiere semplice. Il monumento di Mimmo Paladino, simbolo di accoglienza ai migranti che sbarcano su queste coste, di giorno dà una sensazione di apertura alla speranza, ma al buio la prospettiva è ben diversa, quasi sinistra: senza una sola luce che lo illumini, non sarebbe neppure visibile se non fosse per la torcia tascabile che portiamo con noi e per i riflessi di luna che disegnano i confini tra terra, mare e cielo. Il basso promontorio su cui è affacciato dista un chilometro e mezzo dal centro del paese, eppure sembra già un altro mondo. Ti coglie un senso di vertigine: è la percezione fisica di cosa voglia dire vivere qui, abbarbicati su uno scoglio lungo 10 chilometri e largo 3, circondati da 150 chilometri quadrati di Mediterraneo. E basta alzare gli occhi all’enorme massa d’acqua scura tutto intorno per capire che cosa possa significare stare dall’altra parte: essere naufraghi, soli in mare, disperati a guardare da lontano – con il solo luccichìo delle stelle – questo povero approdo di sassi e sterpi. Dal gennaio 2016 a oggi, oltre 300 mila migranti sono arrivati sulle coste europee. Vista da nord, con la logica di chi vive sicuro sul continente europeo, Lampedusa è un avamposto da sorvegliare. Per migliaia di uomini e donne che si avventurano sui barconi, invece, Lampedusa è una terra promessa.
— Giovanni Ferrò
 
 
 
 

Reportage di Giulia Bianchi

Sono partita anche io con Giovanni per Lampedusa, senza sapere cosa avrei trovato qui.  Oggi non si vedono più né barconi né migranti. Le tratte degli scafisti, moderni mercanti di uomini, si sono spostate. I pochi che ancora arrivano qui vengono detenuti per pochi giorni nell’Hotspot e poi trasferiti in altri centri di accoglienza in Italia. 

Il 3 ottobre a Lampedusa si celebra la giornata della Memoria, per non dimenticare le 368 persone che annegarono tre anni fa a poche miglia dalla spiaggia della Tabaccara. Per un attimo durante le interviste ai protagonisti di eroiche iniziative locali di aiuto ai migranti, quando tutti parlano del terribile naufragio di tre anni fa, ho un'intuizione inconfessabile: per quei corpi unti di gasolio che galleggiavano sulle acque del Mar Mediterraneo, per quei dodici uomini che il muratore Costantino ha sollevato sulla sua piccola barca da pesca, per ogni profugo che è stato tratto in salvo dalla Guardia Costiera quella mattina alle 6, la tragedia del naufragio è stato un battesimo a nuova vita, letteralmente uno spartiacque tra il prima e il dopo. 

Un pensiero emerge sottile: il deserto parla dell’acqua. Come un pellegrino religioso con una macchina fotografica, guardo a una Lampedusa che cambia forme ma rimane eterna. Sulla mia strada ogni oggetto che trovo nel deserto diventa un tempio, come le vecchie barche portate sui giardini in collina da pescatori ormai in pensione. Ogni roccia si veste da ricordo funerario, come quei sassolini che gli ebrei lasciano sulle tombe dei propri cari.

Il parroco, don Mimmo Zambito, mi dice: «i ragazzi cui abbiamo aperto le porte faranno memoria di questi eventi. E come gli ebrei dopo l'Esodo, anche loro li racconteranno ai figli, e ai figli dei figli. E i figli dei figli torneranno qui e vi sorrideranno dicendo: pure noi siamo lampedusani».

GB

 
 
 
 
 

Essay di Giovanni Ferrò

 

Sta arrivando l'autunno. Lo dicono le drimie marittime, che fioriscono quando il grande caldo ha smesso di arroventare il blocco di calcare e arenaria che prende il nome di Lampedusa. I pennacchi bianchi di questi gigli selvatici, impettiti e sbilenchi come soldatini impazziti, stanno sull'attenti come un reggimento con la sindrome del dopo-sbronza, disseminati tra i sassi, ai bordi della striscia d'asfalto che taglia l'isola.

A destra e sinistra lo sguardo non trova ostacoli. Cielo, qualche nuvola e poi roccia. Roccia friabile smerigliata dal vento, terra dura e polverosa che vira dal grigio chiaro, al bianco, al crema. Roccia che scende improvvisa, quasi precipitosa, a strapiombo sul mare. Oppure s'incanala in uno uadi sahariano che fa la serpentina e poi si arena su una spiaggia bianchissima. E' un panorama marziano, vertiginoso, abbacinante. Assumerlo in dosi massicce provoca distorsione delle percezioni sensoriali e non sai più se il marziano è lui o sei tu.

Lingua siciliana e colori africani, Lampedusa è un'isola marziana perché estranea a ogni facile catalogazione, recalcitrante di fronte a ogni stereotipo. Troppo a Sud per essere pienamente europea, troppo ordinata per essere tripolina. Le strade sono sghembe ma nitide, le case semplici ma rifinite. È come se la mano dell'uomo, con le sue piccole opere, avesse voluto tenere a bada il disordine cosmico di cui questa landa traspira, e che ti gonfia il petto di una vertigine non dicibile, inconfessabile.

Lampedusa è una terra randagia in mezzo al Mediterraneo, come i cani che si sdraiano all'ombra dei tavolini dei bar: fratelli di tutti, figli di nessuno. Così sono anche i suoi abitanti. Come Costantino, il muratore di Trani emigrato per amore tanti anni fa su quest'isola, che una mattina di ottobre dell'anno domini 2013 se n'era andato in barca a pescare palamiti con un amico, e si è ritrovato a tirare a bordo uomini e donne, migranti naufragati appena al largo della spiaggia della Tabaccara, che stavano affondando, sommersi dalla solitudine e dal silenzio del mondo.

Occhi chiari e volto intagliato dal sole, Costantino ti dà del tu all'istante come se foste cresciuti insieme ma parla poco, e soltanto se ha qualcosa di significativo da dire. Sorride amichevole e ascolta paziente. Ma i suoi occhi illanguidiscono quando rievoca quella orrenda mattina, in cui gli è toccato fare a gara con la morte per chi si aggiudicava più fagotti umani a galla nell'acqua. «Le leggi degli Stati europei vorrebbero che non ci occupassimo di migranti, che ce ne stessimo a braccia conserte mentre delle persone muoiono affogate. Ma io non accetto una legge del genere», protesta. «Quando sono in barca non riconosco altra legge che quella del mare, che mi impone di aiutare un naufrago, fratello in umanità colpito dalla sventura».

Figlio di una patria matrigna dimentica della sua prole più retta, Costantino è un alieno nella società italiana. Giornali e televisioni lo hanno cercato a lungo dopo il naufragio del 3 ottobre 2013, ma lui non ha voluto approfittare del suo quarto d'ora di notorietà per far di se stesso un personaggio. Nonostante qualche acciacco alla schiena, continua ad andare a lavorare in cantiere ogni mattina. E mentre sfreccia in motorino, butta un occhio al vento, alle nuvole e al mare: hai visto mai che esca il tempo per andare a calare la lenza e tirare su palamiti.

Lampedusa è un'isola piena di alieni. Estranei senza bandiere, stranieri senza frontiere che hanno messo radici su questo scoglio scabro e assolato. Come Paola Agheorghesei, rumena di nascita ma siciliana di professione religiosa, visto che appartiene alle Suore dei poveri di don Morinello, una piccola congregazione palermitana. Suor Paola vive da tre anni a Lampedusa e, sull'isola, è l'unica donna con il velo che non sia di fede islamica. In mancanza di un vero convento, vive in un appartamentino del centro storico a ridosso dell'ufficio postale e, quando si affaccia al balcone, il suo sguardo corre giù fino al porto. Di mestiere, dovrebbe stare in chiesa a pregare. Ma qui a Lampedusa Dio non può essere recintato, imbrigliato nelle sacrestie, tenuto chiuso nel tabernacolo. E così la suora rumena dallo sguardo candido lo cerca per strada: nelle case degli anziani e dei poveri del paese; al molo Favaloro, nelle facce stremate dei rifugiati che sbarcano mezzi nudi e intirizziti; o negli occhi disorientati delle madri siriane che hanno perso i figli in un naufragio e che lei accoglie a casa, come si trattasse di un airbnb della fraternità universale.

Se non fosse ancora chiaro, questa è un'isola di lottatori contro i mulini a vento, di portatori sani di donchisciottismo. Come Francesco Piobbichi, dell'osservatorio sulle migrazioni Mediterranean Hope, che in questi anni – per reggere alla sofferenza degli sbarchi e dei naufragi – ha preso a dipingere con furore michelangiolesco, fino a diventare di fatto l'artista ufficiale della solidarietà lampedusana.

È un mondo agli antipodi del bon ton politico-religioso, allergico alle prescrizioni dogmatiche e alla scrittura ordinata sulle righe della storia. Anche le leggende hanno un sapore vagamente punk, da queste parti. Come quella del XVI secolo che racconta di uno schiavo ai remi in una nave corsara turca che, sfuggito alla prigionia, si fa eremita bifronte: marabutto per i musulmani e monaco per i cristiani. A ricordare Andrea Anfossi, questo strano padre spirituale dei lampedusani, c'è ancor oggi l'unico santuario dell'isola, dedicato alla Madonna di Porto Salvo. La chiesetta è incastonata nel tufo e pare una di quelle antiche missioni francescane della California. All'interno, un'icona mariana venerata come protettrice degli schiavi, dei fuggiaschi e dei rifugiati.

Strano come un tempietto così modesto dal punto di vista artistico possa contenere un messaggio così eversivo. Ma in una terra dai confini incerti e dall'identità meticcia succede anche questo. E così da quattrocento anni tra queste rocce si tramanda sottovoce l'idea che la religione – perfino in tempi bui di crociate – può essere liberazione dalle catene, e non sottomissione. E la Madonna diventa paladina del “Porto salvo”, terra di nessuno dove si vive la tregua e si depongono le armi.

Fraternità, liberazione, sobrietà, cura per gli altri: è un compito difficile, per una così piccola isola, quello di farsi megafono di parole tanto grandi e tanto trascurate. Eppure, chissà come, succede. Perché Lampedusa è come le drimie marittime che fioriscono ai bordi delle sue strade: sta in piedi come può, facendosi bastare l'essenziale per vivere, radicandosi tra sassi e asperità. Ma rimane retta e con la schiena diritta. Come questi gigli selvatici e poveracci, fiorisce nonostante l'arsura dei tempi. E i suoi sbuffi bianchi e lanuginosi sembrano piume di angeli clandestini, venuti a bussare nottetempo alla Porta d'Europa.