Custodire il passato o distruggerlo per far spazio al futuro? Esiste un compromesso? Un viaggio nella recente storia italiana e un appassionato appello ad avere cura delle cose e di noi stessi.
 
 

Dettagli Libro:


Autori: testo di Nello Brunelli, foto di Giulia Bianchi
Editing, Design and Grafica: Giulia Bianchi
Traduzione in inglese di Zosia Krasodomska-Jones
Musica di Paul Simon
Formato: 112 pagine, 29.7x42cm (A3)
 

English version HERE

 

1 (DA BAMBINO)

 

Colonia Fara o Colonia Faro? Da bambino la chiamavo Faro, l'ex Colonia marina Gustavo Fara di Chiavari. La maestra ci aveva raccontato del generale Fara ma del perché in molti la chiamassero “faro” nessuno lo aveva spiegato. Da bambino mi perdevo nelle parole e le sostituivo con la miaimmaginazione, pensavo che l'alto portabandiera del giardino fosse un faro.

Alla Colonia Fara c'erano le scuole elementari a tempo pieno. Stavamo a scuola quasi tutto il giorno. Durante le ricreazioni costruivamo mondi per distruggerli, facevamo la guerra e la pace, ci arrampicavamo sugli alberi contro le sacre leggi delle maestre (cosa grave e ambitissima) e cercavamo tesori sottoterra. L'edificio era curvo, noi gli correvamo intorno ed esso sembrava girare intorno a noi. Correvamo lungo gli ampi spazi dalla mensa all'ingresso fino all'ampio salone occidentale. Vecchi intonaci e pezzettini di cemento cadevano, la Colonia era vecchia e decadente. Da bambini non conoscevamo la parola decadente ma attraverso gli adulti sentivamo che qualcosa stava per finire.

 
 
 
 

Ai colloqui tra le maestre e i genitori potevamo osare essere i padroni, schivare il controllo dei bidelli e scendere sotto, dove c'erano le cucine, un odore di pasta e brodo di carne. Ricordo le luci spente e l'azzurro del mare oltre al porticato esterno. Da ogni parte si poteva guardare attraverso lunghi finestroni.

Che cosa c'era nella torre? Nessuno sapeva. Oltre al terzo piano era proibito andare. Le scale erano state murate. Nemmeno le maestre sapevano, come non sapevano se Napoleone fosse stato stato buono o cattivo. La maestre non lo sapevano. Molti di noi sognavano di salire ma era impossibile.

 
 

2 (LA STORIA)

 

La colonia marina Fara fu inaugurata nel 1936, dedicata al generale Gustavo Fara che si era distinto nella guerra italo turca. L'opera fu commissionata dal Partito Nazionale Fascista di Genova e fu inaugurata da Mussolini in persona.

L' architetto Camillo Nardi Greco progettò l'edificio con un certo coraggio, in stile futurista e razionalista, caratterizzato da una forte innovazione tecnica e rompendo il più possibile con i canoni architettonici del passato. I cromatismi e linee dinamiche servivano nell'insieme a suggerire un'idea di velocità e di movimento. 

In sintesi si tratta di due volumi. Il primo è la base, un elemento ovale di circa 200 metri di lunghezza che ospitava le cucine e i magazzini e poi sopra al pianterreno la reception, la mensa e gli spazi di aggregazione. Il secondo volume in verticale è una torre di nove piani che arriva ad una altezza di 43 metri, poi ancora una sopraelevazione, una cappella. Nell'insieme le superfici curve prevalgono sugli angoli retti e l'edificio fu pensato a forma di aereo. 

Lo sviluppo verticale del volume voleva equilibrare il rapporto tra l'interno e lo spazio esterno, allargando l'orizzonte circostante mano a mano che si sale.

Le finestre  erano messe una dietro l'altra e colorate come i serramenti così che da lontano sembrasse un unica striscia scura, come una serie di lunghe lastre di vetro che alleggerissero  l'aspetto del volume.

L'asse della torre che conteneva le camere fu orientato in senso Nord Sud per evitare un eccessivo riscaldamento tra le superfici laterali e per avere sempre una zona d'ombra, uno squilibrio termico che si prolunga anche durante la notte e favorisce la ventilazione all'interno.

 
 
 
 

Durante l'occupazione i tedeschi ne fecero un ospedale militare, poi gli alleati una caserma. Dalla fine degli anni '40 fino alla metà degli anni '50 fu asilo per i profughi istriani scappati dal regime di Tito. Dagli anni '60 fu un hotel internazionale. In seguito  l'edificio passò dalla regione Liguria al comune di Chiavari e negli anni '80 fu adibito a scuola elementare. Successivamente fu dichiarato inagibile e l'area circostante fu recintata, furono sbarrate le finestre e saldate le porte. Negli anni le autorità dichiararono di voler recuperare la struttura ma gli eventi prevalsero sulla buona volontà e la Colonia rimase abbandonata a se stessa, a parte un caso: qualcuno si prese la briga di darle fuoco alla base. Il danno maggiore fu per un piccolo gruppo di rumeni che la occupavano da tempo come dormitorio.

 
 

3 (DI NUOVO DENTRO)

E ora veniamo a me e Giulia che durante una passeggiata arriviamo in piazza dei pescatori e ce la troviamo di fronte.

“Hai visto quella cosa?” le dico.

“Oh … Ma che strana costruzione, sembra abbandonata ...”

“Ci ho fatto le elementari.”

Ci avviciniamo. Non c'è nessuno, le mareggiate hanno trasformato la spiaggia in grossi cumuli di sassi, è il mare d'inverno. Le recinzioni attorno sono bucate e usurate, a nostro rischio passiamo.  Vediamo tanta cenere vicino ad uno dei muri esterni. C'è stato un incendio. Tra la cenere troviamo schede e registri elettorali, gli elenchi dei votanti e i loro dati personali. Le finestre sono murate o bloccate da un reticolato di ferro, ma una è aperta.

“Mi piacerebbe tanto entrare dentro, guardare, ricordare ...” le dico.

Torniamo un altro giorno con due caschetti, guanti da lavoro e l'attrezzatura fotografica di Giulia. Ci avviciniamo alla finestra aperta e scavalchiamo. Non c'è più l'odore di brodo che sentivo da bambino e siamo nel buio. Accendiamo la torcia. Dopo la stanza c'è un corridoio pieno di mobili e altre cose bruciate. Vediamo scarpe, vestiti e borse, un frigorifero rovesciato.

In fondo al lato ovest c'è uno spiraglio di luce, forse un buco in una porta al di là della quale sembra esserci uno spazio, forse possiamo passare. L'aria sa di chiuso, abbiamo paura ma andiamo avanti.

Riusciamo a passare la porta bucata. Di fronte a noi si apre uno spazio buio ma è vuoto e possiamo andare avanti. Vediamo una cucina con un tavolo di legno. Tutto sembra stato abbandonato all'improvviso. Le sedie e i tavoli ci raccontano la presenza passata delle persone.

Saliamo delle scale che ci portano al piano di sopra, rivedo le piastrelle azzurre dove correvo e la reception dove i bidelli e le segretarie rispondevano al telefono, un'emozione profonda mi invade il petto. Ora penzolano pezzi dal contro soffitto e il pavimento è pieno di spazzatura. 

Negli armadi dietro al bancone vediamo dei documenti, libri contabili, circolari scolastiche e i depliant dell'hotel internazionale. Illuminiamo tutto con la torcia e ci sembra un tesoro di ricordi e di storia ma siamo confusi dallo stato di degrado e dalle tante cose che ci circondano.

Decidiamo di salire al primo piano della torre e vediamo classi, le sedie, i banchi e i bagni. C'è ancora un albero di natale con i regalini attaccati. Qualcuno ha abusivamente vissuto in questi spazi, ancora molta spazzatura. Saliamo e i vecchi sbarramenti del secondo piano che impedivano di saliresono aperti! Quello che non avevo potuto fare da bambino è ora possibile. 

Cambia l'odore dell'aria e l'edificio racconta altre storie, non siamo più in una scuola. Ci sonotanti materassi forse quelli dell'albergo o dei profughi Istriani? Ci sono tantissime reti di letti e armadi. Vediamo stanze piene di carta e ancora documenti e timbri e telefoni rotti. La presenza dei piccioni è sempre più invadente, prevale il regno animale su quello umano. I pavimenti e le stanze sono piene di sterco, un tappeto secco che sembra terriccio. Ci camminiamo sopra e fa il rumore delpane secco. Battiti di ali improvvisi sono i piccioni che scappano. Siamo in casa loro.

Arriviamo all'ultimo piano dove c'è una sala, siamo in cima alla torre, in questo spazio i clientipotevano forse leggere il giornale o bere qualcosa, ci sono tante sedie e tavoli accatastati. Fuori c'è una terrazza circolare che percorre l'esterno della torre, la vista è bellissima. Tra le crepe delle piastrelle sono cresciuti cespugli e alberelli, ci chiediamo dove abbiano messo le radici e ci meravigliamo di come piante ed animali abbiamo conquistato la torre che fu costruita per dimenticare il passato e proiettarsi verso il futuro.

Guardando verso il basso vediamo chiaramente le ali della base e la forma dell'aereo. Sopra di noi c'è ancora un piano che è più piccolo della sezione della torre, è la cappella che ha intorno uno spazio ovoidale aperto, un ponte di lancio verso il mare. Siamo immersi nell'azzurro, tra il cielo e la terra, possiamo vedere tutta la costa del Tigullio.

 
 

 4 (abbandono e amore)

 

Decidiamo di andare a mangiare dalla Olga, una trattoria vicina. Siamo stanchi, ci sentiamo addosso tutto lo sporco e la bellezza della Colonia, sentiamo la sua storia, il suo odore, l'eco di ciò che è stato e non è più. Siamo arrivati in cima ma non abbiamo capito, vorremmo tornare ancora. 

Qualcosa ci fa male. 

Guardo Giulia e le chiedo: “Che cosa si dovrebbe fare? Mantenere le cose del passato oppure distruggerle per crearne di nuove?”

E lei risponde: “Entrambe le scelte vanno bene ma l'abbandono mai. Andrebbe mantenuto tutto ciò che può essere bello e  amato. La colonia Fara è brutta perché non le viene data la possibilità di vivere, perché è stata abbandonata.”

… e la radio della trattoria trasmette una canzone:  

“50 ways to leave your lover”  (50 modi per abbandonare il tuo amore)

“Ripeto a me stesso

a costo di essere crudele,

ci sono almeno cinquanta modi

per abbandonare il tuo amore

cinquanta modi per abbandonare il tuo amore  ...

 

MATERIALI PER UN EPILOGO

Gli oggetti della Colonia Fara

 

Cartoni per i dipinti murali sulla facciata della Colonia Fara, Demetrio Ghiringhelli, 1935

 
 
 

Spartito musicale, Paul Simon, 1975 e veduta satellitare della Colonia, 2016

 

(...)

Le foto degli interni abbandonati della Colonia Fara che ho incluso in questo libro sono state scattate nell’agosto del 2014.

 

Dopo 34 anni di discussioni politiche riguardo al futuro della colonia, il 31 ottobre 2013 la Fara viene venduta e diventa proprietà della società Fara srl, creata da diversi imprenditori locali, che l'ha acquistata dal Comune di Chiavari per 6.750.000 euro e pianifica la riqualificazione dell’edificio con 18 ampi appartamenti di lusso, un albergo con centro benessere e talassoterapia, oltre a parcheggi interrati e un parco privato con accesso diretto alla spiaggia.

Al momento della pubblicazione di questo libro, i lavori di ristrutturazione sono iniziati e dovrebbero essere completati nell’estate del 2018.

 
 

Ne hanno parlato Domus e L'Espresso