Per me insegnare a fare un ritratto vuol dire insegnare ad andare oltre la facciata, vuol dire insegnare che nelle foto c’è spazio per tutte le emozioni, perché ci deve essere spazio per la verità.

Date una occhiata per favore. Riuscite a vederci?

15 bambini tra i 10 e i 14 anni, 2 educatori e una insegnante di fotografia. Siamo in un teatro e su un lato brilla una saracinesca gialla gialla. Siamo qui per un laboratorio di fotografia chiamato “Chi sono Chi sei" presso il centro educativo il Melograno di Chiavari. Io, che sono l’insegnante, spiego nella prima ora che il ritratto è una immagine che non solo contiene una persona, ma che vuole dirci qualcosa di quella persona. A volte ci racconta quello che una persona stava pensando o come si sentiva. Altre volte la foto ci regala una storia! Ad ogni incontro guardiamo molte foto e ne discutiamo. Le leggiamo come se fossero dei testi. Ci facciamo tante domande per capirle.

Adesso siamo noi a fotografarci a vicenda, a prendere un piccolo apparecchio elettronico chiamato macchina fotografica e creare delle immagini di noi stessi. “Qual e’ la differenza tra una foto e un disegno?” chiedo. Le foto non siamo veramente noi, in carne ed ossa, tridimensionali e in movimento, eppure non sono nemmeno disegni. Sentiamo tutti, quasi con paura adesso che ci abbiamo pensato per bene, che stiamo per creare delle copie di qualcosa che sembra un po’ troppo la realtà. Ci sistemiamo a coppie, uno che fotografa l’altro, a turno.

Un ritratto è sempre un incontro tra il fotografo e il suo soggetto. Non importa se sei davanti o dietro la macchina, l’immagine viene creata insieme. Eppure spesso invece che una collaborazione, diventa una guerra. Chi ha la macchina fotografica tra le mani ha il potere di creare rappresentazioni di noi, e la nostra prima reazione è quella di offrire un bel sorriso imbarazzato. 

Noi ci difendiamo come possiamo dal pericolo di venir male in foto e di essere ridicoli o brutti. Mettiamo su ogni tipo di maschera: ecco il duro! Ecco la modella! Ecco la faccia buffa! Ecco il segno di vittoria! Alcuni mettono le mani davanti alla macchina fotografica che li vuole catturare “Lasciami andare! Vai via! Non fotografarmi ho detto!” E davvero si voltano e vanno via. Il fotografo vuole catturare la nostra immagine, una immagine interessante, e noi ci sentiamo illuminati come da un grande riflettore che consegna la nostra immagine agli altri, scolpita per l’eternità. Chi vuole essere mostrato con un dito nel naso per l’eternità’? Si sentono voci dappertutto: “Cancella quella foto, oh mio dio!”

Serena non vuol essere fotografata

Siamo già istintivamente uno contro l’altro: chi è davanti e chi è dietro la macchina.

Mostro una pagina di foto in bianco e nero di Marilyn Monroe. In tutte essa balla e sorride e fa la star. Chiedo se secondo loro Marilyn la persona era davvero cosi. Qualcuno che sa, accenna che forse era invece una donna fragile, e un po’ triste. Solo adesso mostro una ultima foto dove Marilyn siede ed è molto diversa, è profonda e piena di anima. Gli racconto di chi ha fatto le foto, era il famoso fotografo Richard Avedon. Richard voleva rivelare il vero io delle celebrità. Intervistato, quando racconta del fotografare Marilyn Monroe nel maggio del 1957, Richard dice: "Per ore lei ballava e cantava e ha flirtato e ha fatto questa cosa ecco… ha fatto la diva Marilyn Monroe. E poi … quando la notte era finita e il vino bianco era finito e la danza era finita, l’ho vista seduta in un angolo come una bambina, e tutte le maschere di lei erano andate via. L’ho guardata seduta tranquillamente senza espressione sul viso, e ho camminato verso di lei, ma io non l'avrei mai fotografata a sua insaputa. Quando mi sono avvicinato con la macchina fotografica, ho visto che lei non diceva di no". In questo modo Richard ha creato una fotografia che mostra qualcosa di vero nella vita interiore di Marilyn Monroe.

Per me insegnare a fare un ritratto vuol dire insegnare ad andare oltre la facciata, vuol dire insegnare che nelle foto c’è spazio per tutte le emozioni, perché ci deve essere spazio per la verità.

Incito i miei studenti a provare ad esprimere tante emozioni diverse davanti alla macchina fotografica: “Non abbiate paura. Provate a tirare un grido, a dormire, ad essere felici ma felici veramente, oppure arrabbiati. Giocate con la macchina! Se poi la foto viene male la buttiamo via dopo! Per ora non cancellate niente dalle macchine fotografiche!”

Usiamo anche le luci colorate per fare i ritratti. Guardateci adesso: ecco che un bambino alla volta si siede al buio, come un attore prima dello show, e il fotografo sceglie un colore per la luce e una emozione da lasciar andare. Quando riaccendo la pila emerge dal buio la faccina di uno dei miei studenti che sta urlando, si sta vergognando, è arrabbiato, o gioioso o disgustato o sorpreso.

E’ bellissimo. E’ bellissimo non giudicarci e mostrarci. E’ bellissimo creare immagini di noi in piena libertà, senza paure o giudizi. Il prossimo passo è quello di lasciar fotografare il nostro io naturale. Niente facce. Niente finzioni. Impariamo a consegnare alla macchina fotografica un istante sincero, prima di tornare a giocare.

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